lunedì, dicembre 31, 2012

THE BEST OF MUSIC 2012



1. WHITE RABBITS         - "Milk Famous"
2. DIVINE FITS                - "A Thing Called Divine Fits"
3. DIRTY PROJECTORS - "Swing Lo Magellan"
4. TOY                              - "Toy"
5. THE SHINS                  - "Port of Tomorrow"
6. ROVER                         - "Rover"

lunedì, febbraio 27, 2012

Ho scritto un libro in un giorno


Ho scritto un libro in un giorno.

Mi sono messo, alle 7 del mattino, seduto alla mia scrivania (che non ho ancora) e ho aperto il rubinetto.
Incredibile.
Ho dovuto prendere due secchi, metterne uno sul lato destro e uno sul lato sinistro per non perdere frasi. Alle 9 ho già riempito 50 pagine, con le dita che battono sulla tastiera del laptop ad una velocità inaudita. Mi sono addirittura fermato per un minuto a bere un bicchiere d’acqua.
Nel frattempo, sul balcone, sento una tortora che tuba (tu tu tu tu tu tu…) lamentandosi del freddo. Le ho già concesso l’utilizzo dell’area, cosa pretende, che le costruisca anche il nido?
Posso disegnarglielo però.
Sono le 9,37 e ho scritto 63 pagine.
Alla 64 c’è la prima svolta.
Il protagonista ha capito che la persona con cui divide l’appartamento è una rock-star del Bangladesh.

Alle 10 inizio a riempire alcuni fogli con la mia firma. E’ il solo modo affinché non venga contraffatta.
In questi momenti non si pensa a nulla. Il puro gesto, la ripetitività, lo scopo di una vita, anche perché le interruzioni devono stupire.
Pagina 80. Ho scritto quanto 3 libri di Baricco. Ho detto “quanto” non “come” e neppure “di più”.
Non vorrei annoiare troppo il vicino con il rumore della tastiera. Alterno 20 battute con due pigiate di tasto del pianoforte e domani invierò la partitura ai Coldplay perché non sono tanto soddisfatto del loro ultimo lavoro.
Che si scrivano almeno il testo però!
Un’altra pagina. Mi chiedo come la rock-star bengalese possa conciliare la sua musica con la tradizione Baul.
Sto perdendo il filo del discorso.
Devo raccontarmi la trama.
“Il figlio più giovane di un monsignore di Spoleto decide di lasciare la santa famiglia per cercare fortuna all’estero. Arrivato nella metropoli trova lavoro presso un panificatore locale specializzato in rosette ottocentesche. Gli inizi sono durissimi. Si applica come non mai ma non gli escono che biovette. Il destino, però, vuole che incontri un fioraio scandinavo alla ricerca della rosa perfetta. Il connubio cambia la vita al giovine. Seppur ormai in grado di far rosette lascia il lavoro per dedicarsi ai rosoni non rendendosi conto che il suo retaggio lo ha spinto nuovamente verso l’autorità paterna”.
Non è un libro melenso e neppure melanconico checchè dica la tortora, pure ingrata.

Mangio a pagina 112.
Ho preso spunto da una ricetta vista in TV.
Ho tutti gli ingredienti.
Faccio sbollentare 3 patate con la buccia, in una terrina metto pane grattato, 2 uova e un po’ di formaggio. Mescolo. Mi si appiccica tutto al cucchiaio di legno. Aggiungo del latte. Troppo. Rimetto altro pane grattato.
Troppo. Altro uovo. Tanto. Devo cambiare terrina. Mi fa male il braccio. Prendo l’impasto e lo metto nel robot. Lame rotanti. Assaggio ma non sa di nulla. Ci manca la carne. Guardo la tortora. No, non posso..è vegetariana. Devo avere della carne finta in frigo. La butto dentro. Ancora insipida. Eh, certo, il sale!
Tolgo l’impasto dal robot e faccio delle polpette con le mani, 10 cm di diametro così posso utilizzarle anche per valutare se il parapetto del tetto è conforme al Quarto Conto Energia delle rinnovabili.
Ho 5 palle, non contando le mie.
Ecco..ho dimenticato le patate.
Le tolgo dal bollore, ormai sfatte. Non trovo neppure più la pelle.
Disfo le 5 palle schiacciandole con il pesta carne.
Ributto le 5 ex palle nella terrina e aggiungo le patate sbollentate.
Rimescolo. Non si amalgamano. Aggiungo altro latte. Prendo un secchio in bagno perché l’impasto è troppo grande. Finalmente l’impasto è pronto.
Faccio una palla gigante e la butto in forno, preriscaldato a 200 °C.
Cuocio per mezz’ora e una volta pronta, spedisco la palla alla FGIC affinché possa essere utilizzata per il prossimo campionato di serie A alla faccia della Nike.
Metto su un po’ d’acqua sul fuoco e mi faccio una pasta in bianco soddisfatto della riuscita della ricetta.

Con la pancia piena torno al libro che nel frattempo si è scritto da solo per una decina di pagine.
Leggo se sono d’accordo. Cambio pagina 121 perché Lucia, quella dei Promessi Sposi, sì lei, la Mondella, non usa più le guazze in testa da quando ha accettato di sottoporsi al siero del supersoldato (quello originale del 1600) perchè stanca di accompagnare Renzo ogni domenica al di là dell’Adda per rivivere i bei tempi della peste. Lucia, nel libro, è un’agente immobiliare della Remax oberata dal lavoro. Non ha ancora terminato di vendere i possedimenti di Don Rodrigo e dell’Innominato dopo averli frazionati in bilocali per coppie omosessuali.

Alle 16.05 termino pagina 191 ispirata alla corrispondente pagina di “Delitto e Castigo”.

Iniziano le consuete telefonate dei parenti. Mi chiamano tutti contemporaneamente alla stessa ora perché vogliono risparmiare utilizzando la stessa linea ma con apparecchi diversi. Finché ascolto non ci sono problemi…e nel momento delle risposte che la situazione si complica. Mia zia coglie le risposte date a mia madre, mia sorella si arrabbia perché le rispondo sempre di sì, mio fratello zittisce mia sorella, mia nipote mi ripete sempre le domande, il gatto è impaziente e la tortora ogni tanto ficca il becco nella conversazione.
Ho pronta una soluzione: chiederò a tutti di numerare le domande e una volta terminate, darò le risposte S-C-A-N-D-E-N-D-O il numero di appartenenza. Sono solo preoccupato per il gatto perché non ricordo se sa contare.

Alle 17 accendo la radio, nello stesso attimo in cui finisco pagina 203 dove il protagonista canta:
“Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.
Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.”
Sicuramente nella revisione del libro il testo della canzone cambierà in:
“Day by day
The time goes away,
The same streets
The same houses.
I never change
‘cause I’m strange
another step
in a old map.”
Chiedo perdono anche se non Tenco famiglia.
Giunto a pagina 250 festeggio con un buon bicchiere di vino bianco.
Giunto a pagina 255 festeggio nuovamente con un buon bicchiere di vino bianco.
Giunto a pagina 260 festeggio ulteriormente con un buon bicchiere di vino bianco.
Giunto a pagina 270 non trovo più il bicchiere e il vino bianco accusando il Coniglio Bianco seduto in cucina.
Giunto a pagina 275 mi domando da quanto tempo convivo con un Coniglio Bianco.
Giunto a pagina 280 mi convinco che non ho mai vissuto con un Coniglio Bianco.
Giunto a pagina 290 trovo un biglietto del Coniglio Bianco in cucina:
“Non mi hai mai voluto bene, mi trattavi come se non esistessi!”
“C’ha ragione” dico.

Alle 19.14 inizio a sentire la stanchezza ma non posso fermarmi proprio ora che il monsignore di Spoleto dichiara di essere stato uno dei due ballerini che affiancavano Madonna nel “The Virgin Tour” del 1985.
La notizia provoca una reazione a catena. L’Arcivescovo di Smirne confessa di aver partecipato alla Love Parade di Berlino e il Vescovo di Calcutta di aver scritto il brano “Outside” a George Michael.
Mi ricordo improvvisamente di un appuntamento con gli amici. Vogliono andare al cinema.
Non posso deluderli.
Porto con me il laptop e vado a vedere “Dissento” ultimo film di Zombie Visconti, ritornato in vita dopo una seduta spiritica presieduta da Jo Van Hardy. Per non disturbare la platea mi metto in prima fila con l’intenzione di coprire il suono della battitura facendo i rumori di sottofondo del film.
Il produttore, presente in sala, mi chiede di firmare la liberatoria affinché possa utilizzare il mio sonoro in una versione extra deluxe del DVD.
Quando esco dal cinema termino pagina 351.
Mentre mangio la pizza intesso la trama per giungere al sospirato finale.
La rock-star bengalese riceve il foglio di via. Decide di organizzare il suo ultimo concerto e chiede al monsignore di Spoleto di fargli da coreografo. Il protagonista, irritato dal ritorno sulle scene del padre, litiga furiosamente con il fioraio scandinavo accusandolo di averlo riportato allo stato di figliol prodigo.
Durante la nottata, precedente al concerto, distrugge il rosone destinato alla casa votiva di Marina, figlia del signorotto locale, nota per i suoi passati di vogatrice di canoa. La mattina seguente la notizia compare su tutti i media.
Alle 23.30 mi rendo conto di essere all’ultima pagina, la fatidica 417.
Ormai tutto è deciso ed è il solito cliché….bisogna terminare di leggere i libri due pagine prima.
Ho scritto un libro in un giorno, ve lo devo ripetere?


Immagine: Van Gogh - Romans Parisiens

lunedì, gennaio 30, 2012

QUADRO


Portai un Cane in ufficio,


abbaiava ma solo per me.

Mi aiutava a controllare il gregge,

che si muoveva disordinato nei corridoi,

indirizzandolo verso un solo obiettivo.

Un giorno fu chiamato in ufficio,

dal capo,

abbaiava, ma lo sentivo solo io.

Quadro.

Sì, il quadro che volevo appendere alla parete,

era ancora appoggiato a terra,

perché non avevo la parete libera,

anzi non avevo la parete,

la finestra sì.

Portai una tazza in ufficio,

che riempivo di té per me.

Mi aiutava a trascorrere le ore,

pomeridiane,

ed evitare di perdersi nel gregge.

Un giorno la prese il capo,

per offrire il té al Cane,

che ringhiava a me,

solo a me.

Non ci badavo,

in fondo era il Cane che avevo portato,

anzi capivo quanto fosse nervoso

perché non sapeva dove sistemare il quadro,

sempre appoggiato a terra.

Portai un amico in ufficio,

per mostrargli il metodo di lavoro.

Argomentò per ore con il Cane,

bevendo dalla mia tazza,

sull’importanza dell’analisi logica

seppur non nominasse mai,

proprio mai,

il complemento partitivo,

ed iniziò ad osservare il quadro,

sempre appoggiato a terra,

simulando con il corpo

una sistemazione che non prevedesse

l’utilizzo di infissione meccanica

nell’involucro edilizio.

Non ebbi più notizie di lui,

ma il Cane che avevo portato in ufficio,

poco dopo, evidenziò una certa zoppia

nella sua camminata quadrupede.

Intanto il capo ululava.

Portai un chiodo in ufficio,

d’acciaio con la testa in ottone,

da mettere nella tazza che avevo portato

quando si beveva il té.

Il Cane lo inghiottì.

Il quadro fu sistemato.


martedì, settembre 13, 2011

FORSE ERA IL COLLANTE



Forse era il collante e non ti aspettavi di trovarti in questa situazione.


La sola motivazione (possibile?) era data dai sostituti aziendali, esseri sintetici, fatti con plastica riciclabile, che si spacciavano per me.
“Non sono io, ma tu sei tu” – dicevano.
Era questa la frase che permetteva di svelare l’arcano. Che poi non fosse detta all’inizio della conversazione ma in un momento qualsiasi poco importava.
Se solo ci fosse il ricordo delle date frammenterei il mio passato per ritrovare il pezzo.

E poi - “Fai attenzione, fai attenzione” – lo sai che non mancavo mai di dirtelo. Se rammenti capisci se non comprendi erri.

“L’evoluzione del rapporto è fondamentale nella relazione” – rappresentava lo scoglio dove tutti si arenavano. Ad un certo punto, senza distinzione di sesso, qualcuno si domandava se fosse il caso di continuare.

“La distanza ci allontana” – frase stupida, chiaro che sia così ma non si può sovrapporre la distanza fisica a quella mentale.
Avevo qualche dubbio che tu comprendessi la chiave di lettura.
Stessi dubbi che avevo io.

Mi sdraio sulla poltrona più comoda che ho, e penso. Fallo pure tu.
Mi sto forse ingannando da solo?
Posso dirti che un po’ mi sono stupito. In effetti è da un po’ di tempo che non riesco più a gestire in modo efficace la situazione emotiva.
Lo hai capito.

E ti chiedo: “Forse era il collante?” .
Resto della mia opinione.
Noi funzioniamo ad incastro.

giovedì, luglio 14, 2011

IERI HO CANTATO CON STUART MURDOCH


Ieri ho cantato con Stuart Murdoch

una volta ancora.
Ho coinvolto i sentimenti
in una situazione
imbarazzante
che ha ridato vita
ai tessuti linfatici
del mio sistema immunitario

Ed ho capito che dovevo rompere gli schemi.

Tutto ciò che non è schema lo diventa. Anche il modo di scrivere. Elimino gli spazi tra i pensieri e cerco di occupare tutta la riga. Il senso compiuto deve ritornare ad essere tale e il ragionamento filare senza forzate interruzioni, giustificate con mere questioni di stilistica. Non posseggo la stilistica, non fa parte di me.
Bisogna tenere i piedi ben saldi a terra e riproporre il pamphlet come esempio di invettiva. Ciò mi permetterà di utilizzare locuzioni ingiuriose tramite metafore misurate che non colpiscano mai in modo indiscriminato.
Lo scrivo in greco παν-φλἐγω, ma non è la sua etimologia.
Leggo Celine, sperando che mi faccia da guida, e rimango stupito. Era questo quello che pensavano gli europei negli anni ’30 del ‘900, la verità stipata nei pensieri degli aggrediti. “Ma ci spingevano verso la guerra”- la giustificò così. Ed iniziarono a distruggere i libri, per vergogna, per dimenticare quanto fossero stati vili e comodi nel giudizio. E nella distruzione si cancella la colpa.
Mi sto perdendo, lo so. Digito queste lettere sulla tastiera per rompere gli schemi.
Devo rimettere il culo sulla solita sedia e ripartire con la prosa utilizzando il rigurgito della memoria seppur abbia bevuto troppa Coca Cola.

Ma seppure anche oggi abbia cantato con Stuart Murdoch,
era in differita,

e la prosa si scioglie nelle note,

e ricomincio a saltare le righe

come se avessi il singhiozzo.

mercoledì, marzo 30, 2011

ERA IL TEMPO DELLA CORSA ALL'ORO

Era il tempo della corsa all’oro.

Avevo costruito la mia piccola casa lungo la riva del fiume,
quella sinistra,
dove gli orsi, nel periodo estivo, affamati,
cercavano di afferrare i pesci
guizzanti e boccheggianti.
Mi divertivo ad osservarli.
senza paura,
e così loro.

La mattina sorseggiavo il mio caffè,
con lo sguardo rivolto
verso la montagna, dove la neve sembrava mai morire.
Il cielo, grigio, non offriva altri spunti di riflessione
a differenza delle acque del fiume,
azzurre o verdi, e che desideravo gialle.

Non ero solo,
avevo un felino come guardia,
leggente storie di topi,
umanizzati,
che lo facevano sentire colpevole
dei suoi istinti.
Iniziò ad abbaiare,
così come io a parlare inglese,
ma nessuno dei due veniva capito.

Desideravo il brillare,
la polvere,
tanto da inalarla, diluirla e sorseggiarla.
Sognavo che qualcuno mi offrisse,
nel più bel ristorante della nazione,
un pasto luccicante,
e di poter inzuppare il pane
in una salsa dorata,
che mi sporcasse la barba
senza sentire il bisogno di pulirmela.

Utilizzavo un monocolo,
per elaborare visioni diverse
e cercare senza sosta,
per ore e ore, giorni e giorni,
non badando al sole,
giallo pure lui,
come le vene e le arterie,
dell’apparato circolatorio
delle rocce,
vive a tal punto,
da dialogare con le suole dei miei scarponi,
bucati.

La sera difendevo il territorio
rubato ai legittimi proprietari,
modificando le pergamene
degli antichi esploratori
del tardo ‘500.
La mia dinastia,
con spiccata fantasia,
era composta da ominidi cornuti
forniti di lame
che tagliavano i fili d’erba.

E la notte mi svegliavo di soprassalto
con la paura che un mio avo
venisse a trovarmi.
Ma non ero ricco,
neppure così bello,
non evocavo invidia,
e non schiacciavo le noci con le mani.
Se fossi stato il figlio adottivo
di Gordio e Cilene,
forse,
ma la Frigia era lontana.

La statica degli ammassi rocciosi,
con cui mi confrontavo quotidianamente,
non mi dava pace.
Toglievo inutilmente volume
per creare spazi,
subito occupati,
e grattavo come una talpa,
cieca e impaurita
dalla luce e dai predatori
che non attendevano altro
di vedermi stremato.

Cauterizzavo le ferite
leggendo ogni giorno tre righe
del libro nella cassetta
del pronto soccorso.
Le pagine erano consunte
per l’uso smodato
che ne avevo fatto,
ed alcune righe cancellate,
indebolivano la mia presunzione
di immortalità.

Utilizzavo, con sempre maggior frequenza,
la serratura di casa,
preparavo i bagagli,
cucinavo per l’ultima volta.
Ma, la mattina seguente,
mi svegliavo sempre nello stesso letto,
in una casa aperta,
con la valigia vuota a terra,
e la pentola nel lavello
ancora da lavare.

Gli anni erano trascorsi,
senza che me ne accorgessi
perché nessuno mi regalava calendari.
Confondevo le stagioni
pur riconoscendole.
Spiavo il mio riflesso,
dimentico.
Cambiare,
come aveva fatto il felino,
custode?

Epilogo:
Le domande non si pongono
negli scritti.
Al contrario si elaborano,
si stravolgono
le connotazioni mentali
dei lettori
che si chiedono
cosa stiano leggendo
mentre si confrontano
con la palpabile realtà del reale,
falsa,
che non produce altro che estinzione.

Era, comunque, il tempo della corsa all’oro.
Pf, suona Brett,
l’ultimo coguaro è stato qui.